Dino, l’interista a tutte le ore

 

Una lettera d’amore alla squadra del cuore

“Giovanni, si chiama così il mio papà. Non smetterò mai di ringraziarlo non solo per avermi messo al mondo ma, soprattutto, per avermi fatto diventare interista.  Tutto ebbe inizio quando, per motivi di lavoro,  dovette recarsi a Milano.  Era il 1964, si giocava l’incontro di calcio Inter-Liverpool, valevole per la semifinale di Coppa Campioni.

L’Inter vinse per tre a zero con un gol di rapina al portiere avversario di Peirò, passato alla storia. Mio padre si trovò ad assistere alla partita in un bar perché la tv ancora non era alla portata di tutti. Alla fine, tutti per le strade a festeggiare. Ed anche lui, da buon italiano, era entusiasta di quella squadra che poi sarebbe diventata  anche la sua passione. Infatti, al suo ritorno, l’avrebbe trasmessa prima a mio fratello e, qualche anno dopo, anche a me che, guarda caso, nacqui  nel 1971, quando l’Inter vinse il suo 11º scudetto. Da quel momento in poi, crescerò a pane e Inter.. fra cimeli e bandiere provenienti dal capoluogo lombardo; l’amore per quei due colori (il nero e l’azzurro), mi prendeva sempre più, tra gli sguardi felici di mio padre, “reo” di avermi fatto innamorare ed appassionare ad una maglia che sento come se fosse la mia seconda pelle.

Torniamo agli 70. Papà Giovanni ha un lavoro stabile che non gli permette di allontanarsi da Taranto, dove è tornato. Spesso, però, ribadisce ai suoi amici di volermi portare a vedere l’Inter a Milano. Sembra un sogno lontano ed invece è a due passi dal cuore. Come per magia, la squadra della mia città, il Taranto, che disputava il campionato di  serie B, dovette affrontare proprio l’Inter, allo stadio allora Salinella, per un match di coppa Italia. Era il 21 settembre   1975, data indimenticabile: assistetti dalla gradinata,  a Taranto-Inter!

 

 

Con il cuore a mille, finalmente osservai, dal vivo, i miei campioni. Infatti, proprio grazie ad una rete di capitan Mazzola,  esplosi di gioia, tra il silenzio dei tanti tifosi tarantini che erano sugli spalti di quello stadio costruito con tubi Innocenti.

A fine partita ci recammo in prossimità della curva sud, adiacente agli spogliatoi: non capivo perché. Avevo già esaudito il mio sogno e non cercavo altro. Invece, nei pressi,  incontrammo un amico di papà che mi portò negli spogliatoi dello stadio e mi ritrovai davanti ai calciatori che avevo sempre desiderato incontrare. C’era Facchetti e, soprattutto, Mazzola, il mio idolo. Ricordo che, visto che indossavo la maglia numero otto  con la fascia di capitano, praticamente copia della sua, mi offrì un aranciata e mi dette un pizzicotto sulla guancia.

Non dissi nulla: ero impietrito. Stavo vivendo un sogno divenuto realtà. Tornai a casa, mano nella mano con il mio papà, con un sorriso permanente. Da adulto, sono cresciuto con il desiderio di ricambiare al mio papà quella gioia. E così è stato.  L’esultanza per un gol dell’Inter a Milano l’abbiamo provata insieme, anzi, due volte, con i gol di Milito e Ballotelli. Era l’anno del triplete.

Forse, con questo scritto, posso far comprendere a chi non sa cosa è l’Interismo, quel sentimento, quella fede, quell’amore incondizionato che nessuno potrà mai mutare. Non c’è giorno che non pronuncio la parola Inter.  E’ come la mamma: sempre presente nel tuo quotidiano, noi sempre pronta a difenderla.

Quei colori che si fondono, l’azzurro del cielo il nero della notte, passione, amore gioia e dolore: sempre al suo fianco. Sulla pelle ho anche un tatuaggio che rappresenta la beneamata. Mi commuovo a raccontare il mio essere interista, sono orgoglioso di tifare Inter”. Dino Inter